"PER UNA MODERNA DEMOCRAZIA"
di: Franceco Baicchi - Liberacittadinnza
di: Franceco Baicchi - Liberacittadinnza
Il convegno dello scorso 14 luglio al Residence Ripetta, organizzato da
numerose associazioni di varia ispirazione, ha senza dubbio rappresentato un
momento importante del dibattito in corso sui temi delle riforme
istituzionali. Grazie a Radio Radicale ho potuto seguire anche se con
ritardo gli interventi e non posso che consigliare a chi si interessa dei
problemi politici attuali di questo nostro Paese di fare altrettanto.
Intanto perché la sostanziale unanimità sul documento introduttivo dei numerosi costituzionalisti presenti e rappresentati chiarisce definitivamente i limiti all’interno dei quali è lecito esercitarsi su un argomento così importante. Il documento non fornisce risposte a tutti i temi sollevati, lasciando aperte su alcuni di essi soluzioni alternative purché comunque coerenti con il quadro vincolante fornito dalla Carta Costituzionale, ma esprime chiaramente qual’è il confine oltre il quale si passerebbe dalle “riforme” a una vera e propria eversione dei principi su cui la nostra Repubblica è stata fondata.
Altro aspetto su cui il documento, confermato dal dibattito, fa chiarezza è l’inscindibile rapporto fra leggi costituzionali, leggi ordinarie (ma con forti riflessi sui meccanismi democratici, come le leggi elettorali) e altre normative che troppo spesso sfuggono alla attenzione della opinione pubblica (i regolamenti parlamentari, ad esempio).
Fattore da non trascurare perché si tratta di un riconoscimento implicito che i problemi del quadro politico sono solo in minima parte attribuibili ad alcune norme costituzionali, che possono essere aggiornate, e dipendono invece prevalentemente da scelte politiche contingenti, di cui sono pertanto individuabili le responsabilità e le effettive finalità (spesso assai diverse da quelle dichiarate).
Per semplificare (rozzamente): mi sembra che da Ripetta escano chiaramente il no all’elezione diretta del capo del governo e al conferimento di poteri che ne impediscano la sostituzione in presenza di una maggioranza parlamentare accertata e quello a “grandi riforme”, ribadendo che l’art. 138 consente solo modifiche su singoli argomenti; la necessità di una legge elettorale che non sia in contraddizione con la Costituzione (quindi no al premio di maggioranza e no alle liste bloccate), la richiesta di riequilibrio dei poteri fra Governo e Parlamento, già squilibrati a favore del primo, che ha praticamente il monopolio delle proposte di legge e con l’abuso della questione di fiducia esautora le assemblee che non possono nemmeno discutere nel merito i provvedimenti.
Infine la priorità della riforma dell’art. 138 nel senso di un “irrigidimento” della Carta, che consenta modifiche alla Carta solo col consenso di maggioranze qualificate che garantiscano una volontà in tal senso della maggioranza dei cittadini .
A questo risultato, importante proprio perché largamente unitario (il dissenso del professor Ceccanti era scontato), al punto da ottenere quasi l’adesione, non si sa quanto credibile, dello stesso Calderoli, si può fare un unico rilievo: perché l’accettazione automatica della indispensabilità e urgenza di tutte le riforme sul tappeto, compresa quella, a mio avviso insufficientemente argomentata, della riduzione del numero dei parlamentari? Non si dovrebbe piuttosto riaffermare che, fatta salva la riforma dell’art. 138 per rendere meno agevoli le modifiche da parte di maggioranze politiche contingenti, il ricorso a nuove leggi costituzionali può essere giustificato solo quando fosse dimostrata l’impossibilità di perseguire obiettivi (largamente condivisi) per altre strade?
A questo deve aggiungersi l’aver quasi ignorato (ma forse è una mia svista) l’anomalia tutta italiana del monopolio dell’informazione nelle mani di uno dei leader politici e delle oggettive complicità che consentono il mantenimento di questa situazione da parte di una nomenklatura che forse alla realizzazione di una democrazia effettiva non ha mai puntato.
Parlare di sistemi elettorali senza ricordare che il diritto ad una informazione libera e completa è condizione irrinunciabile per legittimare l’esito del voto può apparire una indiretta banalizzazione di quello che invece è un argomento centrale.
Non possiamo nasconderci che la migliore delle leggi elettorali, in assenza di una corretta informazione può portare a una grave distorsione della reale volontà dei cittadini, indotti a votare per vuoti simulacri mediatici di cui non sanno in realtà che ciò che le TV ne dicono.
Torna dunque prepotentemente di attualità il tema che molti si sforzano di esorcizzare: si può trattare di riforme costituzionali con chi la Costituzione non l’ha mai accettata veramente, e quotidianamente opera per violarne principi fondamentali come l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, l’indipendenza della Magistratura, il dovere della solidarietà e della non discriminazione, il ripudio della guerra, la separazione dei poteri; fino a intaccare l’art.1, che conferisce il potere ai cittadini, stravolgendone con una legge elettorale assurda la volontà?
Il successo elettorale, ottenuto come sappiamo, cancella veramente tutte le colpe? Dobbiamo ormai passivamente prendere atto della definitiva vittoria di una cultura che privilegia il decisionismo autoritario, il primato del “furbo”, l’immunità dei potenti e scendere a patti con i suoi rappresentanti?
L’analogia con la presenza di governi di destra in altri grandi Paesi europei non serve: in quei Paesi Berlusconi non avrebbe nemmeno potuto candidarsi e non avrebbe comunque mai potuto avere a disposizione (ufficialmente o per interposti dipendenti) tutte le TV per i suoi monologhi (e le sue barzellette).
Allora la lucidità e la chiarezza dell’esito del convegno di Ripetta non ci bastano a tranquillizzarci, e bene fa il Presidente emerito Scalfaro, protagonista della battaglia referendaria contro la riforma Berlusconi nel 2006, in una successiva intervista a Sandra Bonsanti a dichiararsi disponibile a ripetere lo stesso impegno se, nonostante tutto, si arrivasse a modifiche della Costituzione che ne stravolgessero l’impianto. Anche stavolta, ne siano certi “lor signori”, non sarebbe solo."
Intanto perché la sostanziale unanimità sul documento introduttivo dei numerosi costituzionalisti presenti e rappresentati chiarisce definitivamente i limiti all’interno dei quali è lecito esercitarsi su un argomento così importante. Il documento non fornisce risposte a tutti i temi sollevati, lasciando aperte su alcuni di essi soluzioni alternative purché comunque coerenti con il quadro vincolante fornito dalla Carta Costituzionale, ma esprime chiaramente qual’è il confine oltre il quale si passerebbe dalle “riforme” a una vera e propria eversione dei principi su cui la nostra Repubblica è stata fondata.
Altro aspetto su cui il documento, confermato dal dibattito, fa chiarezza è l’inscindibile rapporto fra leggi costituzionali, leggi ordinarie (ma con forti riflessi sui meccanismi democratici, come le leggi elettorali) e altre normative che troppo spesso sfuggono alla attenzione della opinione pubblica (i regolamenti parlamentari, ad esempio).
Fattore da non trascurare perché si tratta di un riconoscimento implicito che i problemi del quadro politico sono solo in minima parte attribuibili ad alcune norme costituzionali, che possono essere aggiornate, e dipendono invece prevalentemente da scelte politiche contingenti, di cui sono pertanto individuabili le responsabilità e le effettive finalità (spesso assai diverse da quelle dichiarate).
Per semplificare (rozzamente): mi sembra che da Ripetta escano chiaramente il no all’elezione diretta del capo del governo e al conferimento di poteri che ne impediscano la sostituzione in presenza di una maggioranza parlamentare accertata e quello a “grandi riforme”, ribadendo che l’art. 138 consente solo modifiche su singoli argomenti; la necessità di una legge elettorale che non sia in contraddizione con la Costituzione (quindi no al premio di maggioranza e no alle liste bloccate), la richiesta di riequilibrio dei poteri fra Governo e Parlamento, già squilibrati a favore del primo, che ha praticamente il monopolio delle proposte di legge e con l’abuso della questione di fiducia esautora le assemblee che non possono nemmeno discutere nel merito i provvedimenti.
Infine la priorità della riforma dell’art. 138 nel senso di un “irrigidimento” della Carta, che consenta modifiche alla Carta solo col consenso di maggioranze qualificate che garantiscano una volontà in tal senso della maggioranza dei cittadini .
A questo risultato, importante proprio perché largamente unitario (il dissenso del professor Ceccanti era scontato), al punto da ottenere quasi l’adesione, non si sa quanto credibile, dello stesso Calderoli, si può fare un unico rilievo: perché l’accettazione automatica della indispensabilità e urgenza di tutte le riforme sul tappeto, compresa quella, a mio avviso insufficientemente argomentata, della riduzione del numero dei parlamentari? Non si dovrebbe piuttosto riaffermare che, fatta salva la riforma dell’art. 138 per rendere meno agevoli le modifiche da parte di maggioranze politiche contingenti, il ricorso a nuove leggi costituzionali può essere giustificato solo quando fosse dimostrata l’impossibilità di perseguire obiettivi (largamente condivisi) per altre strade?
A questo deve aggiungersi l’aver quasi ignorato (ma forse è una mia svista) l’anomalia tutta italiana del monopolio dell’informazione nelle mani di uno dei leader politici e delle oggettive complicità che consentono il mantenimento di questa situazione da parte di una nomenklatura che forse alla realizzazione di una democrazia effettiva non ha mai puntato.
Parlare di sistemi elettorali senza ricordare che il diritto ad una informazione libera e completa è condizione irrinunciabile per legittimare l’esito del voto può apparire una indiretta banalizzazione di quello che invece è un argomento centrale.
Non possiamo nasconderci che la migliore delle leggi elettorali, in assenza di una corretta informazione può portare a una grave distorsione della reale volontà dei cittadini, indotti a votare per vuoti simulacri mediatici di cui non sanno in realtà che ciò che le TV ne dicono.
Torna dunque prepotentemente di attualità il tema che molti si sforzano di esorcizzare: si può trattare di riforme costituzionali con chi la Costituzione non l’ha mai accettata veramente, e quotidianamente opera per violarne principi fondamentali come l’uguaglianza di tutti davanti alla legge, l’indipendenza della Magistratura, il dovere della solidarietà e della non discriminazione, il ripudio della guerra, la separazione dei poteri; fino a intaccare l’art.1, che conferisce il potere ai cittadini, stravolgendone con una legge elettorale assurda la volontà?
Il successo elettorale, ottenuto come sappiamo, cancella veramente tutte le colpe? Dobbiamo ormai passivamente prendere atto della definitiva vittoria di una cultura che privilegia il decisionismo autoritario, il primato del “furbo”, l’immunità dei potenti e scendere a patti con i suoi rappresentanti?
L’analogia con la presenza di governi di destra in altri grandi Paesi europei non serve: in quei Paesi Berlusconi non avrebbe nemmeno potuto candidarsi e non avrebbe comunque mai potuto avere a disposizione (ufficialmente o per interposti dipendenti) tutte le TV per i suoi monologhi (e le sue barzellette).
Allora la lucidità e la chiarezza dell’esito del convegno di Ripetta non ci bastano a tranquillizzarci, e bene fa il Presidente emerito Scalfaro, protagonista della battaglia referendaria contro la riforma Berlusconi nel 2006, in una successiva intervista a Sandra Bonsanti a dichiararsi disponibile a ripetere lo stesso impegno se, nonostante tutto, si arrivasse a modifiche della Costituzione che ne stravolgessero l’impianto. Anche stavolta, ne siano certi “lor signori”, non sarebbe solo."
