IL TERRITORIO CONSUMATO
di: Francesco Pardi - Unità 1 aprile '07
di: Francesco Pardi - Unità 1 aprile '07
Ambiente, territorio e paesaggio sono sempre più esposti a rischio. Lunedì 25 l´Unità ha pubblicato l´appello «Non si demolisce così un Paese» rivolto dal Comitato per la Bellezza al Presidente della Repubblica. E il giorno seguente tutti i giornali riferivano di una folta assemblea promossa a Firenze da Asor Rosa con la partecipazione di più di settanta comitati sorti per la protezione del paesaggio nei luoghi più diversi.
Sia l´appello che l´assemblea hanno messo in rilievo la debolezza dell´impianto legislativo di fronte al crescente consumo di territorio e indicato un pericolo crescente nella diffusione della cosiddetta «urbanistica contrattata» tra enti locali e proprietà fondiaria. In entrambi i casi l´attenzione maggiore è stata rivolta all´edilizia speculativa, che ha certo un ruolo di primo piano nella moltiplicazione dei danni paesistici: costruire edifici brutti o inappropriati è il modo più diffuso con cui è stato aggredito il paesaggio italiano.
Ma l´edilizia produce anche poderosi effetti indiretti. Per fornire materiale da costruzione le cave hanno tagliato a fette le montagne. Il fenomeno è forse ora attenuato dai prezzi molto più bassi della pietra proveniente, ad esempio, da India e Vietnam. Ma ci sono altre cave che promettono invece danni crescenti. Sono le cave di inerti: sabbie e ghiaie essenziali per la messa in opera del cemento armato. Le cave di inerti possono sembrare banali ma anche essere molto insidiose. Sabbie e ghiaie sono detriti prodotti dall1 erosione e accumulati dai corsi d´acqua nei piani alluvionali e nei depositi lacustri. Le cave stanno quindi in gran parte vicine ai fiumi, dove siamo abituati a vederle senza preoccupazione; atteggiamento talvolta ingiustificato, perché l´eccessiva captazione della risorsa può alterare pericolosamente il regime idraulico.
Ma le cave possono stare anche sulle colline, se in un vasto bacino le colline sono ciò che resta del fondale di un antico lago, dove per lungo tempo si sono raccolti tutti i detriti erosivi dei rilievi circostanti. È il caso del Valdarno superiore, tra Firenze e Arezzo. Qui il lago è durato per buona parte degli ultimi due milioni di anni e solo in tempi geologici relativamente recenti è stato svuotato e sostituito dall´Arno. Così il fiume principale e i suoi affluenti hanno eroso con vigore i depositi che si erano accumulati nel lago. Il Valdarno presenta una meravigliosa combinazione di pianalti e balze. I primi sono il residuo del fondale pianeggiante dell´antico lago, le seconde sono le pareti d´erosione che lentamente li consumano. La scena paesistica, intuita nelle sue cause e descritta con grande espressività da Targioni Tozzetti a metà settecento, colta da una prospettiva panoramica espone la maestosa regolarità orizzontale dei pianalti, distesi ai piedi del ripido versante del Pratomagno; la stessa scena vista più da vicino e da sotto in su mostra la frastagliata linea delle balze verticali, giallo-ocra, sabbiose e ciottolose, modellate talvolta in canne d´organo e pinnacoli. Nell´insieme è uno scenario geomorfologico di assoluto valore mondiale.
Ebbene, non da poco tempo i pianalti sono aggrediti da un consumo assai più rapido dell´ erosione naturale: vi si aprono appunto le cave di inerti, vere e proprie voragini assai estese che per fornire sabbia e ghiaia cancellano il pianalto. Anche se si può sperare che l´escavazione si fermi prima di arrivare all´orlo delle balze, il danno è grave e indiscutibile. Balze e piani formano un´unità inscindibile; le balze sono più spettacolari ma senza pianalti non esisterebbero; sostituire i pianalti con voragini significa demolire la natura intima di un´entità geomorfologica unitaria. Non si può scambiare il beneficio temporaneo dell´impiego di inerti con la demolizione di un monumento naturalistico di valore eccezionale. Con la stessa logica chi ha bisogno di un chilo marmo potrebbe andare a scalpellarlo dal Davide di Michelangelo.
Non conforta affatto, anzi preoccupa sapere che i Piani regionali e provinciali per le cave autorizzano la distruzione. Né essa può essere giustificata dal precedente della miniera a cielo aperto di ligniti che dal lato chiantigiano del fiume ha alimentato per decenni la centrale termoelettrica di Santa Barbara. Conosciamo il ragionamento: un luogo già compromesso può essere caricato di funzioni degradanti. Prima di tutto se dovessimo deciderne oggi l´apertura la miniera non verrebbe aperta. I motivi che ne giustificarono l´inizio sono caduti da tempo e una materia prima inferiore al carbone di scarsa qualità non può rendere ragionevole un danno ambientale di vaste proporzioni. Certo la miniera ha rivelato flore e faune di interesse paleontologico, ma esse sono il prodotto secondario di un´operazione industriale che non aveva quelle come fine.
In secondo luogo, il lato orientale del Valdarno non è affatto compromesso, se non dalle cave, e rappresenta ancora un brano di paesaggio toscano ricco di caratteri originali, oltre che sotto il profilo naturalistico, per l´insediamento storico e la maglia agraria. Comprometterlo invece per un po´ di sabbia e ghiaia da affogare nel cemento sarebbe errore imperdonabile.
Sia l´appello che l´assemblea hanno messo in rilievo la debolezza dell´impianto legislativo di fronte al crescente consumo di territorio e indicato un pericolo crescente nella diffusione della cosiddetta «urbanistica contrattata» tra enti locali e proprietà fondiaria. In entrambi i casi l´attenzione maggiore è stata rivolta all´edilizia speculativa, che ha certo un ruolo di primo piano nella moltiplicazione dei danni paesistici: costruire edifici brutti o inappropriati è il modo più diffuso con cui è stato aggredito il paesaggio italiano.
Ma l´edilizia produce anche poderosi effetti indiretti. Per fornire materiale da costruzione le cave hanno tagliato a fette le montagne. Il fenomeno è forse ora attenuato dai prezzi molto più bassi della pietra proveniente, ad esempio, da India e Vietnam. Ma ci sono altre cave che promettono invece danni crescenti. Sono le cave di inerti: sabbie e ghiaie essenziali per la messa in opera del cemento armato. Le cave di inerti possono sembrare banali ma anche essere molto insidiose. Sabbie e ghiaie sono detriti prodotti dall1 erosione e accumulati dai corsi d´acqua nei piani alluvionali e nei depositi lacustri. Le cave stanno quindi in gran parte vicine ai fiumi, dove siamo abituati a vederle senza preoccupazione; atteggiamento talvolta ingiustificato, perché l´eccessiva captazione della risorsa può alterare pericolosamente il regime idraulico.
Ma le cave possono stare anche sulle colline, se in un vasto bacino le colline sono ciò che resta del fondale di un antico lago, dove per lungo tempo si sono raccolti tutti i detriti erosivi dei rilievi circostanti. È il caso del Valdarno superiore, tra Firenze e Arezzo. Qui il lago è durato per buona parte degli ultimi due milioni di anni e solo in tempi geologici relativamente recenti è stato svuotato e sostituito dall´Arno. Così il fiume principale e i suoi affluenti hanno eroso con vigore i depositi che si erano accumulati nel lago. Il Valdarno presenta una meravigliosa combinazione di pianalti e balze. I primi sono il residuo del fondale pianeggiante dell´antico lago, le seconde sono le pareti d´erosione che lentamente li consumano. La scena paesistica, intuita nelle sue cause e descritta con grande espressività da Targioni Tozzetti a metà settecento, colta da una prospettiva panoramica espone la maestosa regolarità orizzontale dei pianalti, distesi ai piedi del ripido versante del Pratomagno; la stessa scena vista più da vicino e da sotto in su mostra la frastagliata linea delle balze verticali, giallo-ocra, sabbiose e ciottolose, modellate talvolta in canne d´organo e pinnacoli. Nell´insieme è uno scenario geomorfologico di assoluto valore mondiale.
Ebbene, non da poco tempo i pianalti sono aggrediti da un consumo assai più rapido dell´ erosione naturale: vi si aprono appunto le cave di inerti, vere e proprie voragini assai estese che per fornire sabbia e ghiaia cancellano il pianalto. Anche se si può sperare che l´escavazione si fermi prima di arrivare all´orlo delle balze, il danno è grave e indiscutibile. Balze e piani formano un´unità inscindibile; le balze sono più spettacolari ma senza pianalti non esisterebbero; sostituire i pianalti con voragini significa demolire la natura intima di un´entità geomorfologica unitaria. Non si può scambiare il beneficio temporaneo dell´impiego di inerti con la demolizione di un monumento naturalistico di valore eccezionale. Con la stessa logica chi ha bisogno di un chilo marmo potrebbe andare a scalpellarlo dal Davide di Michelangelo.
Non conforta affatto, anzi preoccupa sapere che i Piani regionali e provinciali per le cave autorizzano la distruzione. Né essa può essere giustificata dal precedente della miniera a cielo aperto di ligniti che dal lato chiantigiano del fiume ha alimentato per decenni la centrale termoelettrica di Santa Barbara. Conosciamo il ragionamento: un luogo già compromesso può essere caricato di funzioni degradanti. Prima di tutto se dovessimo deciderne oggi l´apertura la miniera non verrebbe aperta. I motivi che ne giustificarono l´inizio sono caduti da tempo e una materia prima inferiore al carbone di scarsa qualità non può rendere ragionevole un danno ambientale di vaste proporzioni. Certo la miniera ha rivelato flore e faune di interesse paleontologico, ma esse sono il prodotto secondario di un´operazione industriale che non aveva quelle come fine.
In secondo luogo, il lato orientale del Valdarno non è affatto compromesso, se non dalle cave, e rappresenta ancora un brano di paesaggio toscano ricco di caratteri originali, oltre che sotto il profilo naturalistico, per l´insediamento storico e la maglia agraria. Comprometterlo invece per un po´ di sabbia e ghiaia da affogare nel cemento sarebbe errore imperdonabile.
